Fino a un paio di settimane fa, le attenzioni dei mercati finanziari erano concentrate su temi ben precisi: le potenziali politiche dei dazi commerciali, le prospettive dell'Intelligenza Artificiale e le mosse delle Banche Centrali. Durante l'ultimo weekend, tuttavia, lo scenario è cambiato radicalmente.
L’attacco militare mirato condotto da Stati Uniti e Israele in territorio iraniano ha costretto gli investitori a rivedere velocemente le proprie strategie. La reazione dell'Iran, culminata con il blocco dello Stretto di Hormuz (uno degli snodi più importanti al mondo per il transito di petrolio e gas), ha innescato un "effetto domino" che ha toccato tutte le categorie di investimento.
Vediamo nel dettaglio, capitolo per capitolo, come hanno reagito i mercati e cosa significa tutto questo per i nostri portafogli.
Quando si verificano shock geopolitici di questa portata, i mercati azionari non reagiscono tutti allo stesso modo. Questa crisi ha evidenziato in modo netto le differenze strutturali tra le diverse economie mondiali. Negli Stati Uniti, il temuto "lunedì nero" non si è verificato. L'indice principale, lo S&P 500, ha assorbito il colpo chiudendo la settimana con un calo tutto sommato contenuto, attorno al -2,0%. Questo perché l'America gode oggi di un'indipendenza energetica che la mette in gran parte al riparo dalle crisi di approvvigionamento globali. Addirittura, il settore tecnologico americano ha mostrato una certa tenuta.
In Europa e in Asia, la musica è stata molto diversa. Il nostro continente è fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime per far funzionare le proprie industrie. La prospettiva di un'impennata dei costi energetici ha spaventato gli investitori, portando l'indice europeo Eurostoxx 50 a perdere quasi il 7% in pochi giorni, trascinando al ribasso anche settori storicamente solidi come quelli industriali e finanziari. Unica grande eccezione? Il settore dell'Energia, che grazie al balzo del prezzo del petrolio ha registrato un rialzo e vanta ora una performance vicina al +25% da inizio anno.
Forse l'impatto più forte e inaspettato di questa crisi lo abbiamo visto sul mondo delle obbligazioni e sulle aspettative per i tassi di interesse. Il ragionamento dei mercati è semplice: se il petrolio sale, salgono i costi di trasporto e produzione, e quindi rischia di ripartire l'inflazione.
Fino a pochi giorni fa, ci si aspettava che la Banca Centrale Americana (FED) tagliasse i tassi diverse volte nel corso del 2026. Oggi, queste speranze si sono raffreddate: i tagli, se ci saranno, saranno molto più lenti. Ma è in Europa che si è registrato il vero stravolgimento. Fino alla scorsa settimana, si ipotizzava che la Banca Centrale Europea (BCE) potesse tagliare il costo del denaro. Oggi, i mercati scommettono invece su un possibile rialzo dei tassi entro ottobre, una mossa difensiva per arginare il nuovo shock dei prezzi. Questo cambio di rotta ha fatto scendere i prezzi delle obbligazioni e salire i rendimenti offerti: il BTP italiano a 10 anni, ad esempio, è tornato a rendere il 3,62% annuo, e anche i rendimenti dei titoli di stato tedeschi sono saliti.
L'epicentro di questo terremoto finanziario è stato, ovviamente, il mercato delle materie prime. Con il blocco dello Stretto di Hormuz, il prezzo del petrolio WTI ha registrato un balzo del +35,6% in una sola settimana, superando i 90 dollari al barile, con il mercato che non esclude ritorni sopra la soglia psicologica dei 100 dollari. Sono salite molto anche le materie prime agricole, poiché il Medio Oriente è un grande esportatore di fertilizzanti.
E l'Oro? Curiosamente, dopo essersi avvicinato ai massimi storici spinto dalla ricerca di protezione, l'oro ha subito un lieve calo (-2%). Perché? Perché quando le Banche Centrali minacciano di tenere i tassi di interesse alti, gli investitori preferiscono spostarsi su strumenti che garantiscono una cedola (come i titoli di stato), rispetto all'oro che non produce interessi. Sul fronte delle valute, la paura ha spinto gli investitori verso il "porto sicuro" per eccellenza: il Dollaro USA, che si è fortemente apprezzato contro l'Euro. Da segnalare anche la tenuta del Bitcoin, che in questo clima di sfiducia ha recuperato terreno tornando in area 68.000 dollari.
A complicare il lavoro di chi deve decidere le sorti dell'economia, ci si mettono i dati reali, che ci dicono che la crescita globale sta rallentando. Negli Stati Uniti, per la prima volta da tempo, i dati sull'occupazione hanno deluso, con una perdita di 86.000 posti di lavoro e una disoccupazione salita al 4,4%. In Europa, le vendite al dettaglio (soprattutto in Germania) faticano e la crescita economica ristagna (Dati Refinitiv). Ci troviamo quindi in una situazione delicata: un'economia che frena, unita al rischio di prezzi che tornano a salire a causa della guerra.
In questo momento l'indicatore "Fear & Greed" (Paura e Avidità) della CNN, che misura l'umore degli investitori, segnala "Paura" (Dati CNN). È una reazione umana e normale di fronte ai telegiornali e ai titoli di giornale.
Tuttavia, come vostro consulente, il mio compito è aiutarvi a guardare oltre l'emotività del momento. I portafogli che abbiamo costruito insieme sono stati pensati esattamente per scenari come questo, basandosi su una rigorosa diversificazione. Proprio mentre l'Europa scendeva, l'America ha tenuto; mentre l'azionario faticava, il dollaro in portafoglio forniva protezione. Le crisi geopolitiche generano volatilità nel breve termine, ma storicamente i mercati tendono ad assorbire questi shock. La cosa peggiore che si possa fare in questi frangenti è prendere decisioni affrettate, stravolgendo la pianificazione finanziaria di lungo periodo che abbiamo tracciato per raggiungere i vostri obiettivi di vita.
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